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Con la preghiera in cammino verso la pienezza
di carità
di Massimo Rimo
Agosto 1997
Don Quintino Sicuro è figlio di una terra
amara, arida, figlio di un "ulivetano" come dice il prof. Luigi
Corvaglia nel suo libro "finibus terrae".
Egli rappresenta un uomo del sud che, per
trovare se stesso, va via dalla sua terra, dalla sua gente, dai
suoi affetti e trova, nei luoghi che furono di San Francesco e
di Santa Chiara, la pace, l’amicizia, la quiete, il silenzio, la
contemplazione, una ragione della sua vita.
Don Quintino vive nei primi anni della sua
vita la storia degli "altri", anche la guerra d’Albania..., poi
fa esperienza della Madonna: sente la chiamata e la sua
vita incomincia a costruire la STORIA.
Egli è sicuramente un uomo di preghiera, sul
suo volto il sorriso della felicità, il volto di Dio. Un eremita
che entra nella Chiesa per la Chiesa, cioè si pone come
fondamento sicuro, certo, vero, per la costruzione della Chiesa
di Dio.
Per me, suo concittadino, che cosa
rappresenta quest’uomo? Perché mi è dato questo Santo? Un Santo
non viene solo per me, ma per tutta l’Umanità. E cosa vuole da
me? Domande che implicano una risposta da pare di ciascuno di
noi. Lasciamo aperte le porte del cuore e restiamo in ASCOLTO
certamente qualcuno ci chiama.
Giorno 27/08/1977 ore 20,00 partenza per
CORBARA DI MONTEGALLO (AP). Dopo l’attesa, arriva il momento in
cui si parte e, da pellegrino, visiti i luoghi in cui ha vissuto
da eremita don Quintino.
Viaggio in pullman ed il 28/08/1997 arrivo a
CORBARA, luogo assai suggestivo, isolato, posto tra valli di
pini, querce, castagni, faggi...dove regna il silenzio, la
natura e le sue leggi.
Poche persone attente al lavoro di
preparazione dei viveri che si consumeranno in inverno; ogni
casa ha il suo deposito di legna da ardere, il suo orticello per
poche piante. C’è tutto un rispetto per l’ambiente, per la
natura; la solidarietà tra la gente è qualcosa che si sente, che
si fa storia. Dove la vita acquista un significato più
autentico, più cristiano, più vero. Anche la morte assume una
dimensione più povera, più giusta. Non c’è lusso e non ci sono
monumenti tombali che vogliono imporre il proprio ricordo, ma
c’è il pensiero di persone che, con il loro stile di vita, hanno
lasciato un segno nelle generazioni successive. Questa zona è
abitata da persone che hanno un grande rispetto per la propria e
per l’altrui dignità.
Nel silenzio, rotto dalla preghiera della via
Crucis, saliamo all’eremo di Montegallo. Attraverso un ripido e
pericolo viottolo si arriva in cima alla montagna. (In inverno
questo sentiero non è percorribile).
Qui ha vissuto nel silenzio, nel lavoro duro
e nella preghiera intensa Don Quintino. Tutto il luogo parla di
lavoro, fatica, sudore, preghiera, ricerca di Dio, di studio,
per incarnare nel proprio io il significato di alcune frasi
dette dal Papa o tratte dal Vangelo. Don Quintino, giorno dopo
giorno, si è creato una disciplina, ha assunto un atteggiamento
calmo, sorridente, amichevole, solidale con chi soffre. Ha
accettato la croce, la sofferenza, il sacrificio con piena gioia
e felicità e pur non avendo nulla diceva: "Non manco di nulla";
nel suo cuore aveva qualcosa di grande, di vero, di autentico.
Ogni cosa che vedi ti parla di lui e deve rimanere così, povera,
perfettamente adatta al luogo che ti aiuta a ricercare il fine
ultimo. I valori acquistano il vero significato, Dio assume il
ruolo principale, tutto il resto è secondario.
Il luogo ha suscitato emozioni, ma per
conoscere don Quintino occorre vedere non solo dove, ma con chi
e come ha vissuto. E fatto questo, ti accorgi che Dio ha vissuto
con lui. A questo punto don Quintino passa in secondo piano per
fare posto a Dio e arrivi a scorgere come questo eremita sia
veramente "SERVO DI DIO".
La sua proposta è: una vita radicata in Dio.
E’ una proposta molto attuale anche se troppo difficile da
accettare. Io credo che don Quintino è un Santo della Chiesa del
III° Millennio. E’ uno che parla "DENTRO" all’uomo ed è Beato
colui che sa ascoltare. E’ una proposta controcorrente che pone
al centro della propria vita la ricerca di Dio.
Giorno 29/081997. Si parte per il monte
Fumaiolo, sosta nel luogo dove don Quintino morì. Una croce di
ferro posta sul ciglio della strada lo ricorda. Siamo a Balze di
Verghereto nel luogo in cui egli ha operato, ha vissuto più a
lungo, ha esercitato la sua missione. Chi parla di lui è tutto
l’eremo di S. Alberico. Nuovamente incontri il lavoro, la
fatica, il sudore, la preghiera, il sacrificio, il digiuno, il
silenzio, il sorriso.
Sono nuove e più forti emozioni; parole che
Dio trasmette attraverso il suo dolce, umile servo. A S.
Alberico oggi c’è vita, ricerca di Dio, ritiri spirituali, una
Chiesetta per pregare; c’è pace e silenzio e il sorriso
accogliente di frate Vincenzo Minutello.
La PACE: il Signore ti parla di pace, una
pace interiore che ti fa dimenticare gli affanni quotidiani e
che ti fa star bene con te stesso e con gli altri. Una pace che
si fa amicizia, condivisione, aiuto reciproco, sostegno, che si
apre su nuove strade alla cui fine c’è sempre Dio.
Il SILENZIO: la preghiera del Silenzio. Un
silenzio che si fa preghiera. Ciò che meraviglia è questo: don
Quintino non è un genio nello studio letterario, filosofico o
teologico, è un uomo semplice che ha interiorizzato il Vangelo e
la parola di Dio con la costanza, la volontà ferma della
preghiera. L’ha cercata, l’ha voluta, l’ha scelta e alla fine ha
trovato la VERITA’. Una VERITA’ UNICA! Don Quintino ha saputo
mantenere l’innocenza del fanciullo e si è lasciato guidare da
Chi ha scelto per lui. La ricchezza di questo eremita è
nell’avere avuto la gioia di conoscere Dio lasciandosi guidare
dal Suo esempio.
Giorno 30/08/1997 partenza per Treia. Prima
tappa dell’itinerario vocazionale di don Quintino; raccogliamo
la testimonianza di chi l’ha conosciuto in prima persona. Era
solito pregare anche durante la notte. Sull’altare c’è un
crocefisso di legno nero e un Cristo su cui non c’è traccia di
sangue ed il cui volto ti guarda dovunque tu sia. Un altare
ricavato nella roccia dedicato alla Madonna di Lourdes. La Croce
e la Madonna sono una costante nella vita di don Quintino, le
ritrovi anche all’Eremo di S. Alberico.
Ho dato testimonianza di ciò che ho visto e
che ho provato in questi giorni di pellegrinaggio, mi accorgo di
aver riportato la millesima parte di quello che ho avuto modo di
gustare, di meditare, di interiorizzare. La fede è qualcosa di
molto "personale": non nel senso che ciascuno la adegua a
se stesso e alla proprie esigenze, ma nel senso che essa dà a
ciascuno qualcosa di diverso, di personale. Sono Beati quelli
che sanno riconoscere i valori di una vita pienamente e
radicalmente vissuta in Dio.
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