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In viaggio verso di Lui
di Arianna Stefano

Agosto 1997
Non so cosa mi ha spinta ad andare all’eremo
di don Quintino Sicuro: non so perchè ho deciso di affrontare un
viaggio così lungo e, per giunta non tanto comodo. Non era una
città d’arte e ricca di attrattive quella che mi attendeva, non
un parco di divertimenti, tanto meno un luogo turistico o famoso
per la sua storia.
Era un posto nel quale ha vissuto, alcuni
anni fa, un mio compaesano; un uomo del quale ho sentito tanto
parlare, una persona che in tutto questo tempo ha attirato e
portato verso la "sua" terra, dal proprio paese, gruppi più o
meno numerosi di pellegrini, un uomo che ha scelto quei luoghi
per vivere da eremita, vicino a Dio, con la gente.
Forse soltanto la curiosità mi ha indotta a
partire e, prima ancora, a leggere qualcosa su quest’uomo.
Durante il lungo viaggio, man mano che mi
avvicinavo in quei luoghi e mi rendevo conto dell’enorme
distanza che separa Melissano da quelle terre, vedevo don
Quintino percorrere quella strade a piedi scalzi e mi dicevo:
"Ma dov’è andato a cacciarsi! E perché proprio qui?". Man mano
che si andava avanti e che si girava intorno alle montagne per
salirvi sempre più in alto, mi sembrava di vivere quell’ansiosa
ricerca del "giusto posto" che, immagino, abbia caratterizzato
il suo cammino.
E quando, attraversando un sentiero ripido,
sconnesso e tortuoso raggiungiamo a piedi, l’eremo di Montegallo,
il primo nel quale don Quintino ha vissuto per cinque anni,
provo meraviglia!
Dio stava con lui in un posto così: isolato,
abbandonato e scarno, che don Quintino ha adattato al suo povero
vivere, alla sua essenzialità. I muri interni delle stanzette
sono coperti da scritti: "frasi di Dio" che don Quintino
riportava sulle pareti, così da esserne circondato nella
quotidianità e accompagnato nella preghiera.
In questo posto don Quintino ha lasciato il
segno, non solo sulle pareti dell’eremo ma anche nei cuori della
gente del luogo. Un segno che la stessa gente continua a
rimarcare e a tramandarsi con l’entusiasmo e la gioia di aver
conosciuto un uomo di cui è fiera di mantenere vivo il ricordo.
Dopo cinque anni va via da quel luogo e noi
lo inseguiamo in pullman per diverse ore ancora. Lo raggiungiamo
a circa 500 km di distanza. Di nuovo tra i monti, coperti di
alberi di ogni specie, immensi e fitti. Percorriamo, infine, a
piedi, una strada altrettanto ripida ma, fortunatamente, più
larga della prima a Montegallo. Raggiungiamo, con grande fatica,
sul monte Fumaiolo, l’eremo di Sant’Alberico: è il "giusto
posto", dove don Quintino ha vissuto fino alla morte.
E’ un posto umile, semplice, faticato, ben
curato e accogliente. Sembra che sia stato edificato per aiutare
gli uomini che passano da lì a realizzare il sogno più grande di
don Quintino: "Che tutti gli uomini conoscano Dio e Gli diano
gloria salvando la loro anima così da raggiungere il fine per
cui sono stati creati". E’ infatti un rifugio aperto per chi è
alla ricerca ed in cammino verso Dio.
All’interno dell’eremo tante cellette, tutte
uguali, nessuna prevale ma ciascuna scompare tra le altre, così
pure quella di don Quintino: l’essenziale le arreda, il silenzio
le riempie. Percorrere il corridoio equivale quasi a recitare le
litanie: su ogni porta che si incontra, infatti, c’è incisa una
frase (Stella del mattino, Porta del cielo,.....) è l’unico
segno che distingue tra loro le cellette. Lo stare qui riempie
di emozioni inspiegabili ed indescrivibili: il silenzio ti
immerge, la preghiera ti invade e tutto, il verde, gli alti
monti e l’eremo ti abbraccia.
Non so cos’è che mi spinge e volere, un
giorno, ritornare in quei luoghi, tra quelle montagne, in quel
posto. Eppure non era una città d’arte quella che ho visitato,
non c’erano monumenti famosi, né un parco di divertimenti, non
era un centro turistico o balneare. C’erano soltanto l’umiltà,
la semplicità, il silenzio e la natura a circondarti, la
preghiera ad accompagnarti: c’era Dio. |
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