DON QUINTINO SICURO,
OPERATORE DI PACE
del Prof. Cosimo Scarcella
Melissano, 29 maggio 2009 - in occasione della commemorazione della nascita del
Servo di Dio
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SOMMARIO |
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1. 1. Introduzione:
la pace secondo il Cristianesimo |
p. 1 |
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2. 2. 1939-1959: Don
Quintino testimone della pace come fedeltà alla chiamata di Dio |
p. 5 |
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3. 3. 1989 – 2009.
Il “nuovo disordine mondiale” e il suo superamento |
p. 11 |
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1. 4. Don Quintino e
la “riscoperta” di valori per la pace nel nostro tempo |
p. 14 |
1. Introduzione:
la pace secondo il Cristianesimo
Cos’è la pace? E’ mancanza
di guerra oppure realizzazione di un certo stile di vita individuale e
collettiva? Chi è un operatore e chi è un nemico della pace? Ci può essere una
pace universale tra i popoli senza una pace individuale di ciascuna persona? La
pace nel mondo è un traguardo raggiungibile o una chimera della fantasia umana?
Sono queste le domande che
dobbiamo inizialmente porre alla nostra considerazione e verificare se abbiano
possibili risposte adeguate, che permettano d’intraprendere un cammino positivo
di costruzione della pace. In questo cammino ci saranno di grande aiuto il
pensiero e l’esempio di uomini, che con le loro scelte concrete hanno
“costruito” pace, forse nella misura di qualche briciola, ma certamente
contribuendo all’arricchimento del bene tra gli uomini. Uno tra i tantissimi
esempi lo troviamo nel modo di vivere del Servo di Dio don Quintino Sicuro.
Tentiamo di percorrere
insieme un cammino, che ci permetta di giungere a qualche risposta alle domande
che ci siamo poste.
Nel libro de La
Sapienza (XI, 21) c’è
scritto: “Ha regolato ogni cosa in numero, peso e misura”, volendo significare
che tutte le cose sono disposte ciascuna a suo posto. Sant’Agostino, tenendo
presente questo testo della Sacra Scrittura, in molte sue opere sottolinea come
la disposizione ordinata del mondo sia possibile, solo in quanto ci sono assieme
una pluralità di esseri e un elemento comune, che consente loro di stare uniti
in armonia e in una sistemazione ben definita e mirabile. Questa visione di
ordine universale, che concilia le diversità e le identità e che rende
comprensibile la pluralità e l’unità, investe tutti gli aspetti del mondo e
della vita. Non c’è posto per alcuna forma di esclusione né c’è alcuna
imposizione di assimilazione: ogni realtà è quello che è e tale deve rimanere;
ogni persona umana è quello che nasce e per tale deve essere rispettata, senza
la minima differenza di razza, di sesso, di cultura, di credo religioso, di
capacità intellettive, di ceto sociale, di successi professionali. La pace,
quindi, è la tranquillità dell’ordine di tutte le cose disposte ciascuna al suo
posto.
Gli occhi degli uomini,
soprattutto di quelli del nostro tempo, non sono abituati a sollevarsi verso il
cielo, per seguirne i diversi momenti: il regolare alternarsi del giorno e della
notte, l’avvicendarsi delle stagioni, i movimenti degli astri, i mutamenti della
volta celeste. Quanto si apprenderebbe nella contemplazione attenta
dell’armonia, che governa milioni e milioni di astri, in confronto dei quali la
terra rimane un minuscolo pianeta abitato da alcune forme di vita. E, allo
stesso modo, i nostri occhi sono troppo occupati a stare dietro ai sofisticati
strumenti del nostro lavoro quotidiano, per poter osservare e godere delle
meraviglie, che sono insite nella vita degli esseri animali, dai più piccoli e
deboli ai più forti e selvaggi. E, ugualmente, i nostri occhi sono troppo
serrati e quasi imprigionati nei pensieri tenebrosi causati dalle eccessive
preoccupazioni quotidiane, perchè siano in grado di prestare attenzione alle
bellezze del mondo della vita dei vegetali. Sembra che i nostri occhi rimangano
assillati solo dal seguire le vicende del mondo degli uomini, che si riducono
quasi sempre a un lista di contrasti, di lotte e di guerre, tanto da avere
l’impressione che la vera giungla sia quella della vita degli uomini.
Di qui, allora, le domande
che ci siamo poste: ci può essere pace tra gli uomini, e che cos’è la pace. In
quasi tutto il pensiero antico si accenna alla pace o quando si parla del suo
opposto, cioè della guerra, o quando si discute della tranquillità dell’animo e
della concordia tra gli uomini, quali condizioni della felicità individuale e di
una comunità politica ideale. Con il Cristianesimo, invece, la pace è una verità
piena in sé e per sé, è una realtà ricca che ha un valore morale rilevante e che
acquista un spessore etico importante, caratteristiche proprie dell’essenza
della natura umana. La pace, per il Cristianesimo, infatti, è dono che Dio
concede agli uomini, i quali assumono su di sé la responsabilità di custodirlo e
realizzarlo nella storia dei tempi; la pace, cioè, è la riconciliazione
dell’umanità con Dio, che Cristo ha conquistato per l’eternità con la sua opera
redentrice, e che gli uomini debbono accogliere e rendere reale già in questo
mondo, completandola giorno dopo giorno con le proprie scelte libere e
responsabili. Solo in questo modello di pace c’è la perfezione; quindi, l’uomo
che “costruisce pace” è colui che, disciplinati tutti i moti del suo animo
secondo i suggerimenti della sua ragione, realizza il “regno di Dio” già sulla
terra, cioè quel regno, in cui ogni cosa viene organizzata nell’assoluto
rispetto della dignità della rispettiva natura, secondo quanto è stato creato
dalla Verità, che è Dio stesso.
Nel 1963, papa Giovanni
XXIII indirizzava al mondo l’enciclica Pacem in
terris, con la quale affrontava i massimi problemi, che in quegli anni
caratterizzavano la vita collettiva dei popoli e ne minacciavano la pacifica
convivenza. Nell’enciclica il termine “pace” non escludeva il senso corrente, ma
lo superava e lo integrava nel riferimento esplicito e incisivo all’ordine da
Dio stabilito anche per l’umanità che vive nel tempo e nella storia, che però
appare quanto mai lontana dal desiderarlo e dal perseguirlo. L’enciclica,
infatti, si apre con un’introduzione, nella quale si ricorda che la pace in
terra, che è un anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi, può venire
instaurata e consolidata solo nel pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio;
e, mentre si evidenzia l’ordine “mirabile” dell’universo, si accusa con dolore
lo “stridente contrasto con il disordine che regna tra gli esseri umani e tra i
popoli”, quasi che i loro rapporti non possano essere regolati che per mezzo
della forza bruta, della diffidenza reciproca, dell’odio, della guerra. Invece,
la pace ordinata e feconda tra gli uomini deve fondarsi sul principio che ogni
essere umano è persona, cioè una natura dotata di intelligenza e di volontà
libera; e quindi è soggetto di diritti e di doveri che scaturiscono
immediatamente e simultaneamente dalla sua stessa natura: diritti e doveri che
sono perciò universali, inviolabili, inalienabili. Solo così si può costruire la
pace nella convivenza sociale in tutti i suoi diversi livelli: tra i singoli
uomini, tra individui e poteri pubblici, tra le diverse comunità politiche, tra
individui e comunità politiche particolari e l’umanità nel suo complesso. I
consensi vasti e unanimi riscossi dall’enciclica testimoniano sia l’ampiezza dei
temi trattati sia l’apertura con cui si scorgevano e s’interpretavano i “segni
dei tempi”.
La Pacem in
terris di
Giovanni XXIII è il cardine tra le voci elevate a favore della pace dai suoi
predecessori e dei suoi successori: si stabilisce senza incertezze che costruire
la pace – dono mirabile della sapienza creatrice di Dio - significa che ciascun
uomo deve conoscere e rispettare l’ordine naturale del mondo, e onorare sempre e
non profanare mai l’ordine che deve regolare anche la vita dell’umanità.
Infatti, già nel 1917, verso la fine della prima guerra mondiale, papa Benedetto
XV aveva consacrato una sua enciclica al tema della pace e aveva insistito
sull’aspetto di pace come “magnifico dono” dato da Dio agli uomini, i quali,
invece, stavano combattendo quella guerra, che era solo ”un’inutile strage”.
Celeberrimi, poi, sono il discorso radiofonico di Pio XII del 24 agosto 1939 e
la sua presa di posizione contro la seconda guerra mondiale che stava per essere
scatenata, lanciando il forte ammonimento: “Tutto è perduto con la guerra,
niente è perduto con la pace”.
In seguito, nel marzo 1967,
Paolo VI firma l'enciclica Populorum
Progressio, in cui mette la pace e la giustizia sociale in connessione così
stretta che istituisce, proprio per questo, anche la Pontificia
Commissione Giustizia e Pace, affidandole il “compito di (…) promuovere il
progresso dei popoli più poveri, di favorire la giustizia sociale tra le
nazioni, di offrire a quelle che sono meno sviluppate un aiuto tale che le metta
in grado di provvedere esse stesse e per se stesse al loro progresso”; e nel
medesimo anno istituisce la Giornata Mondiale della Pace da celebrare l’1
gennaio d’ogni anno.
Anche Giovanni Paolo II
insisterà sull'inutilità
della guerra e sulla necessità del dialogo per risolvere i conflitti tra le
nazioni. Nel suo messaggio per la
“Giornata Mondiale della Pace” del 1982, invitava
tutti a riflettere sul tema della pace come “dono di Dio affidato agli uomini” e
rimarcava il fatto che “questa è una verità, che interroga personalmente
ciascuno di noi, quando si tratta di definire i propri impegni e di prendere le
proprie decisioni; di conseguenza, è una verità che interpella l'umanità intera,
in quanto siamo responsabili gli uni degli altri”
Benedetto XVI ha rivolto ai
bambini per il suo messaggio Giornata Mondiale della Pace del 2007, perché essi
“con la loro innocenza arricchiscono l'umanità di bontà e di speranza e, con il
loro dolore, ci stimolano a farci tutti operatori di giustizia e di pace”, per
cui invitava a concentrare la comune attenzione sul tema: Persona
umana, cuore della pace”. E per la Giornata Mondiale della Pace di
quest’anno 2009 ha dedicato il suo messaggio alla riflessione sul tema Combattere
la povertà, costruire la pace: la situazione di povertà vecchie e nuove
d’intere popolazioni finisce per avere sulla pace gravi ripercussioni negative,
tanto da costituire una “seria minaccia”, in quanto intere popolazioni vivono
oggi in condizioni di estrema povertà. La disparità tra ricchi e poveri s'è
fatta più evidente e costituisce un problema che s'impone alla coscienza
dell'umanità, giacché le condizioni in cui versa un gran numero di persone sono
tali da offenderne la nativa dignità e da compromettere, conseguentemente,
l'autentico ed armonico progresso della comunità mondiale”.
Dunque, davanti al dilemma
“pace o guerra” l'uomo si ritrova costretto a confrontarsi con se stesso, con la
sua natura, col suo progetto di vita personale e comunitaria, con l'uso della
sua libertà. L'uomo, in definitiva, quando s’interroga sulla pace, è obbligato a
interrogarsi sul senso e sulle condizioni della propria esistenza, personale e
comunitaria. Infatti, la pace, nella sua essenza, è prima di tutto un bene
proprio degli uomini e, dunque, di natura razionale e morale, frutto della
verità e della virtù: essa si alimenta nell’animo dell’uomo, scaturisce dalla
sua volontà libera guidata dalla ragione verso il bene comune, da raggiungere
nella verità, nella giustizia e nella solidarietà. La pace, pertanto, è un dono
elargito all’umanità, ma la cui realizzazione è affidata alle scelte del singolo
uomo, qualunque sia il tempo e il luogo dove vive e qualunque sia il ruolo
sociale che la storia gli assegna. Nessuno è esonerato dalla responsabilità di
ricercare la pace e di operare per stabilirla con impegno personale e
comunitario lungo tutto il corso della sua vita. Il dono della pace, dunque, è
sempre anche una conquista e una realizzazione di ciascuno di noi.
Ma perché gli uomini
s’incamminino per questa strada e operino concretamente per la costruzione della
pace, è necessario che si dotino – per usare un’espressione d’un altro nostro
illustre conterraneo, modello esemplare di “operatore di pace”, don Tonino Bello
- di “occhi nuovi per poter vedere le nuove povertà”. Don Tonino, infatti, ha
lasciato a questo riguardo una sua pagina provocatoria e incisiva, nella quale
sostiene che a fare problema, più che le nuove povertà, sono gli “occhi nuovi”
che ci mancano. Ed elenca dettagliatamente molte forme di povertà, e le
raggruppa in povertà “provocate” dalla carestia di occhi nuovi, in povertà
“tollerate” da noi a causa del nostro egoismo, e povertà “rimosse” dai nostri
occhi, che, anche se sono lucidi di pianto, si fanno vincere dalla pigrizia o
dalla paura. Si tratta di nuove povertà che sono “frutto di combinazioni
incrociate tra le leggi perverse del mercato, gli impianti idolatrici di certe
rivoluzioni tecnologiche, e l'olocausto dei valori ambientali, sull'altare
sacrilego della produzione”.
Il problema della pace nel
mondo, quindi, va esaminato, capito, meditato in tutte le sue dimensioni, da
quelle del singolo uomo a quelle degli Stati grandi e piccoli, ricchi e poveri.
E qualunque sia la sua dimensione, il problema della pace nel mondo va risolto
prima di tutto e soprattutto nel segreto dell’animo di ciascun uomo. La pace va
perseguita certamente mediante incontri dei responsabili delle nazioni e delle
religioni, va stabilita certamente mediante accordi e trattati, ma essa, nella
sua vera essenza, nasce veramente solo dalla rettitudine e dall’onestà di
ciascun uomo, sia esso semplice cittadino o responsabile di uno Stato: la pace
ha origine dall’ampiezza della propria generosità, scaturisce dalla profondità
del proprio altruismo, si genera dalla forza del proprio senso di solidarietà
umana. Senza l’intima convinzione che ciascuno di noi è unico totale
insostituibile responsabile dell’altro, col quale deve stare in rapporti di
complementarietà e solidarietà, la pace sarà sempre una chimera. Certo, la
pacificazione del mondo è un ideale sommo, che talora assume le dimensione
dell’utopia e del bel sogno, e tuttavia, è con tremore che dobbiamo prendere
consapevolezza che una parte del processo di pace universale sta nelle mani di
ciascuno di noi, nella sua vita quotidiana, nelle scelte d’ogni giorno, nei
motivi che determinano il senso del nostro esistere, cioè, nel nostro concreto
quotidiano schierarci a favore della pace o della guerra, dell’altruismo o
dell’egoismo, della solidarietà o dell’indifferenza, dell’autenticità e della
banalità. Se qualcuno di noi, o per distrazione o per superficialità o per
insensibilità, non dà il suo contributo, la pace sarà sempre monca, incompleta e
fragile; e se, anche in buona fede, aspettiamo a guardare ciò che fa il nostro
vicino per poi decidere il nostro comportamento, non facciamo altro che entrare
in un circuito di egoismo, che alimenta solo buone intenzioni, ma lascia il
nostro ambiente e, di conseguenza, anche la situazione dell’umanità nello stato
di povertà materiale e di miseria morale.
2. 1939-1959:
Don Quintino testimone della pace come fedeltà alla chiamata di Dio
Alla luce di questi messaggi
e di queste testimonianze, non è difficile delineare la figura di don Quintino,
anche quale operatore di pace, analizzando le scelte da lui compiute, valutando
il lavoro da lui svolto con coerenza ed energia instancabile, interpretando le
motivazioni più vere dei suoi comportamenti. Talora, soprattutto noi in quanto
suoi compaesani, non conosciamo adeguatamente la vita e l’operato di questo
nostro concittadino, perché ci affidiamo alla lettura di qualche stralcio dei
suoi scritti, o ci accontentiamo di leggere quello che altri hanno scritto su di
lui, o addirittura ci limitiamo ad ascoltare qualche frammento di ricordi di
persone, le quali sono venute a conoscenza di qualche episodio, e talora
anch’esse solo per sentito dire. Invece, la vita di don Quintino va studiata con
la dovuta attenzione e con la profondità necessaria, per penetrare nell’animo di
un uomo apparentemente così semplice, ma nella sostanza così profondo ed
energico. E quanto più “banali” possono sembrarci i suoi anni giovanili, tanto
più apprezzabili sono le decisioni fatte da lui nell’età matura; così come
quanto negative potranno essere state alcune esperienze della sua giovinezza
prima della vita eremitica, tanto più apprezzabili sono il coraggio e la
radicalità delle sue decisioni successive.
Le difficoltà, le delusioni,
le perplessità, le stanchezze, persino le sventure di chi ci ha preceduto e ha
combattuto per l’avvento della pace, devono essere meditate come lezioni utili,
dalle quali spetta a tutti gli uomini ricavare la saggezza necessaria per aprire
nuove strade, più razionali e più coraggiose, al fine di costruire la pace
individuale e tra tutti gli uomini. Da qui nasce il bisogno di conoscere anche
alcuni avvenimenti del periodo storico in cui si svolse la vita di don Quintino,
per poter poi comprendere meglio le scelte che egli fece, spinto da un profondo
amore per gli uomini e guidato dalla fede cristiana nella lettura e
nell’interpretazione dei “segni dei tempi”. Infatti, vi sono molte proposte di
modelli di vita umanamente esemplare, così come vi sono molte concezioni e
numerose idee intorno alla pace, e sono tutte degne di considerazione e di
rispetto. Il cristiano, ovviamente, condivide e realizza la visione cristiana di
pace, ma non per questo può non tenere conto o dimenticare gli insegnamenti dei
tanti pensatori dell’antica Grecia e della vecchia Roma, così come non può non
conoscere e apprezzare adeguatamente le dottrine dell’induismo e dell’ebraismo,
i bei messaggi dell’Islam; e così, infine, dovrà approfondire sempre meglio la
comprensione del pensiero di non pochi storici e filosofi moderni. Nella dovuta
considerazione deve tenere anche Il variegato mondo pacifista in tutta la sua
complessità, in quanto ha al suo interno differenziazioni dovute al momento
storico e ai riferimenti culturali. Questa rapida panoramica serve a dare un
quadro generale della quantità ingente di uomini che hanno anelato e anelano
tuttora alla pace, ciascuno con convincimenti e metodi propri.
Il cristiano, da parte
sua, si rifà all’insegnamento di Gesù Cristo, il quale, dopo essere resuscitato,
si presenta agli apostoli la sera dello stesso giorno di Pasqua e, stando al
testo del vangelo di Giovanni, dice loro: "La pace sia con voi", facendo
intendere chiaramente che la pace che lui ha conquistato con il suo sacrificio e
che ora vuole lasciare in eredità ai suoi è la piena comunione con Dio, frutto
della sua opera redentrice. Gesù,quindi, predica l'avvento del Regno di Dio,
cioè, il regno del Padre Celeste, che offre agli uomini la salvezza promessa dai
profeti. Allora è assolutamente necessario prendere una decisione, per aderire
alla sua persona e coinvolgersi nell'annuncio della buona notizia. In questo
modo, per Gesù, il valore della fedeltà e della testimonianza alla sua persona è
più importante del valore della stessa pace con gli altri uomini. Infatti,
sebbene viva in un momento di dominazione straniera, Gesù non si schiera né con
i patrioti né con i collaborazionisti; piuttosto invita tutti a essere fedeli a
Dio, facendo intendere che, riguardo alla pace che è il regno dell’armonia
nell’unica volontà divina, non importa la situazione esterna, quanto la fedeltà
a Dio che chiama. Per questo, usando una forma di esprimersi per
contrapposizioni comune nel suo tempo, Gesù afferma che non è venuto a portare
la pace, ma la guerra, e che i primi nemici dell’uomo saranno i suoi stessi
familiari, intendendo dire che non si può sacrificare la fedeltà alla chiamata
di Dio, per non entrare in conflitto con la propria famiglia.
E don Quintino ha fatto ciò
con audacia eroica e con forte perseveranza. Alla giovanissima età di 19 anni,
nel maggio 1939 lasciò il suo paese natale e si arruolò nel Corpo della Guardia
di Finanza. Possiamo immaginare che l’abbia fatto anche per una insoddisfazione
sociale, e forse soprattutto personale: l’ambiente contadino e piuttosto chiuso
del suo paese poco si confaceva al suo spirito irrequieto e votato alle cose
grandi e alle scelte estreme. Rimane nella Guardia di Finanza per circa 8 anni,
ma prova un’intima insoddisfazione anche per questa vita dedicata alla società
civile: sentiva il bisogno della scelta senza confini e senza ritorno. Per 8
anni ripensa la sua esistenza nella ricerca del suo senso più autentico;
nell’intimità del suo animo sente sempre chiaramente che quella non è ancora la
strada che corrisponde ai profondi aneliti del suo spirito; si rende sempre più
conto d’essere chiamato alla vita monastica e sacerdotale. E vuole rispondere
con totalità e senza riserve alla chiamata che gli parla con forza, anche se lo
lascia pienamente libero. Gli si frappongono, tuttavia, seri e gravi ostacoli.
Ma egli, forte nell’umiltà verso gli uomini, ma altrettanto energico
nell’obbedienza alla voce della sua anima, non s’arrende e scrive alla sua guida
spirituale: “Perché (sarei) ‘la vittima di un falso punto di orgoglio’, quando il
mio sentire è veramente alto e santo e non esaltazione momentanea come
tanti definiscono? Il mondo non può darmi quellapace spirituale che
si gusta all’ombra pia e santa di una casa religiosa e per
questo, solo per questo, ho deciso di abbandonare il mio attuale regime di vita,
per mettermi sulla giusta strada. (…). E’ vero che è molto difficile donarsi
completamente a Dio e servirlo come si deve, dopo averne viste e provate di
tutti i colori, però non possiamo escludere la possibilità di riuscire”
(Lettera del 18 giugno 1947 a don Luigi Falsina).
E realizza il suo desiderio:
nel settembre del 1947 abbandona la divisa della Guardia di Finanza e, in
spirito di immensa obbedienza verso coloro che riteneva e credeva fossero la
voce di Dio, entra nel Convento francescano di Potenza Picena. Sente, però,
ancora inappagato il suo sentimento più profondo, e appena due anni dopo,
nell’estate del 1949, chiede ai superiori di potersi dedicare alla vita
eremitica; però “Il Padre provinciale – scrive - concluse che la mia vocazione
alla vita eremitica non è altro che una tentazione del demonio, quindi niente
eremita, la veste del Poverello d’Assisi, e il 7 settembre facilmente la
vestizione. Non ho voluto
insistere e siamo rimasti così d’accordo, però ho ottenuto di non andare al
noviziato, se non quando avrò completato gli studi generali. Intanto
il Signore mi farà conoscere meglio la Sua volontà”. (Lettera
del 7 giugno 1949 a don Luigi Falsina). Ubbidisce e legge anche questi
avvenimenti come programmazione provvidenziale, tanto che nell’ottobre
successivo scriverà: “Ora capisco perché il Signore non mi ha concesso
l’eremo. Quanto è buono Gesù! Stupisce la Sua Provvidenza! Ringraziamolo assieme
don Luigi, per così grande grazia concessami. Come sto bene adesso
spiritualmente. Mi sembra di essere in Paradiso” (Lettera del 5 ottobre 1949
a don Luigi Falsina). Ma, esattamente un mese dopo, comunicherà al suo
“carissimo” don Luigi: “Quando riceverà la presente sarò già all’eremo. Domani
nel Convento dei Frati Minori di Ascoli lascerò il saio e poi coi
panni della Provvidenza, da vero sposo di Madonna Povertà, imboccherò il nuovo
sentiero. Preghi perché il sacrificio non sia vano” (Lettera del 5 novembre
1949 a don Luigi Falsina). Si ritira nella solitudine più totale, lontano da
tutto e da tutti, solo con se stesso, in profondo impietoso scandaglio della sua
anima, in dialogo serrato e disponibile con il Tutto, con l’Infinito, con
l’Amore: quello che ha tutto dato senza chiedere ad alcuno nient’altro, se non
che gli sia consentito di amare senza alcun ricambio o tornaconto. Don Quintino
vive solo nella solitudine della sua anima e nell’unica sacra incontaminata
verginità della natura per 35 giorni, quando – come scrive ai suoi familiari il
10 dicembre 1949 - rompe il “lungo silenzio durante il quale non ho cessato di
pregare per voi la Vergine Santissima, perché vi fosse più vicina in così
particolare circostanza”; e rompe il silenzio dedicato alla conversazione intima
e personale con il Tutto, non per “giustificare il passo fatto” e nemmeno “per
pacificarvi del mio nuovo stato di cose”, in quanto ritenuto superfluo; lo fa
per dire alla sua famiglia
“semplicemente di aver fatto la volontà di Dio e di star bene, perché sulla sua
strada”.
Apparentemente è una fredda
comunicazione quasi d’obbligo, dovuta in considerazione dei naturali vincoli
parentali; invece è l’espressione della grande umanità di Quintino, che sente –
proprio nel dialogo solitario con la sua storia di uomo integrale – tutta la
complessità dei suoi sentimenti carnali. Lui sa che la svolta, che ha dato alla
sua esistenza, in realtà è la conclusione meditata e sofferta del lungo
itinerario che lo ha condotto al compimento di ciò che da sempre aveva covato,
intuito, amato, sperato, ma solo ora realizzato. Quella scelta che lo ha portato
gradualmente ma decisamente, lentamente ma pazientemente, dal mondo piccolo
all’Infinito sconfinato, dagli uomini terreni all’Umanità mistica, dal tempo che
passa all’Eternità imperitura. Lo conferma quello che dirà, quasi sei mesi dopo,
con umiltà filiale al suo “amico” spirituale, quando, appunto il 28 maggio
dell’anno successivo (1950), pur non essendo ancora finito il periodo del
silenzio che si era “proposto all’inizio della nuova santa vita”, vuole dare
brevi tranquillizzanti sue notizie; tutto quello che scrive è questo: “Sto
benissimo. Godo la beata solitudine di un eremo santo, nascosto tra il verde
degli alberi su un monticello aperto e ventilato. Come
è bello vivere interamente abbandonato nel dolce amplesso del Padre!”. Lo
stesso giorno scrive una breve lettera anche ai suoi familiari per rassicurarli
sulla sua salute e sulle sue condizioni generali, e afferma: “Non pensate a
male, miei cari, perché sto benone (…). E’ impossibile dire le grandi gioie che
si gustano quassù al sevizio dell’Amore. Ora sì che posso dirmi veramente ricco,
poiché possiedo il tesoro dei tesori, Iddio. Ogni altra cosa è vanità che ben
presto si chiude nel passato”. E, siccome non ritiene ancora passato il
periodo di silenzio propostosi, li prega di non distrarlo né con visite inutili
e nemmeno con lettere dispersive, e li esorta: “Siate felici, miei cari, come
lo sono io, nell’immaginarmi quassù in un Eremo santo nella beata solitudine”.
“Siate felici!”. Quanta
umanità in quest’augurio rivolto alla sua famiglia, che Quintino sapeva che a
Melissano doveva subire commenti e critiche non certo benevoli. Conosceva
l’ambiente del suo paese natale: gente sicuramente buona e semplice, ma dal
cuore poco sensibile e dalla mente piuttosto chiusa nel misurare le scelte
dell’ex finanziere. I più accomodanti e benevoli, mentre compativano “quei
poveri genitori”, perché era capitata loro la disgrazia di avere quel figlio
strano, certamente “giudicavano” con parametri terreni e umani, forse anche
giusti umanamente, ma del tutto diversi dalle considerazioni e dai motivi che
avevano condotto il loro compaesano a “ridursi a chiedere l’elemosina”. Quintino
lo sapeva benissimo. E non caso né involontariamente aveva interrotto il suo
silenzio nel dicembre precedente e aveva scritto ai suoi: “Poco importa se la
gente mi dice pazzo. Basta che piaccia all’Amore. E voi, miei cari, non
pensatemi ora un semplice mendicante, ma un apostolo sulle orme del Maestro.
Sono felice, credetemi! Il Padre, nel dolce amplesso nel quale sono interamente
abbandonato, non mi fa mancare nulla”. E’
lo stato d’animo che confermerà nella lettera successiva scritta alla famiglia
il 24 agosto: “Son sempre con l’Amore, quindi benone”.
Don Quintino non ha scritto
saggi e volumi sul problema della pace, e non ha lasciato nemmeno numerosi
riflessioni; però è stato un grande “costruttore di pace”, nel senso più
autentico del messaggio cristiano: ha amato molto la volontà del suo Dio, che è
la pace, tanto da non temere di tagliare con le opinioni del mondo e di
compromettere la propria pace personale; e questa pace cristianamente intesa
l’ha costruita con la sua vita quotidiana, mediante vittorie, sì, ma vittorie su
se stesso, non distruggendo nemici, ma distruggendo l’inimicizia. Sulla bocca di
Cristo, infatti, la beatitudine degli operatori di pace discende dal
comandamento nuovo dell’amore fraterno; e don Quintino, in questa prospettiva, è
stato un grande innamorato della pace, in quanto egli ha amato Dio e i fratelli,
così come ha fatto anche don Tonino Bello, il quale ha scritto: “chi ama
perdutamente una persona e imposta tutto il suo impegno umano e professionale su
di lei, attorno a lei raccorda le scelte della sua vita, rettifica i progetti,
coltiva gli interessi, adatta i gusti, corregge i difetti, modifica il suo
carattere, sempre in funzione della sintonia con lei (…). L'amore per Cristo, se
non ha il marchio della totalità, e' ambiguo”.
Ci troviamo dinanzi a
espressioni, nelle quali non è difficile scorgere la radicalità della scelta che
si opera, il tormento interiore in cui si macera e si matura l’anima che anela
veramente alla verità e all’amore, l’umanità intera che ricerca il confine
estremo da varcare per penetrare nella Realtà vera della pace e dell’armonia
universale. Totalità completa e disponibilità estrema a seguire sempre con
fedeltà gli impulsi dell’intimità del proprio animo, seguendone la voce
interiore, senza alcun rispetto nei confronti di soluzioni accondiscendenti e
compromissorie. Radicalità estrema: innamorato dell’umanità e devoto della
natura creata dall’Amore, don Quintino si lascia affascinare dalla Totalità,
nella cui prospettiva deve essere riconsiderato ogni aspetto terreno, dal
vincolo di famiglia al dovere sociale, dall’impegno nel mondo alla vocazione del
mondo, dal senso vero del singolo uomo creato dall’Amore al significato
autentico dell’intera storia dell’umanità in cammino faticoso e lento, ma
inarrestabile e sicuro verso la Divinità autentica. Con audacia, allora, ripudia
ogni modalità di pensare e di agire grettamente umano e angustamente terreno, e
va alla ricerca di una modalità più convincente: la trova nella solitudine
pensosa della sua anima, immerso in un silenzio assoluto perché potesse
ascoltare la voce dell’Amore. La trova; la fa sua, la vaglia, la pondera fino a
condividerla, in quanto maggiormente confacente agli aneliti nascosti della sua
anima. Tutte le conquiste che compie nella meditazione solitaria non le tiene
per sé, perché l’Amore è diffusivo, ma le partecipa al “popolo di Dio”: ogni
giorno, infatti, scende dalla cima del suo eremo e va a valle, nei paesi, tra le
comunità locali, in mezzo alla gente, ne ascolta le confidenze e i problemi, dà
i suoi suggerimenti, propone i suoi consigli, ma soprattutto sta attento a
riferire il più fedelmente possibile ciò che intuisce che Dio vuole dire per
mezzo della sua bocca. E porta sempre e dovunque conforto nella sofferenza e
sostegno nel cammino sulle strade dell’amicizia e della solidarietà.
Gli anni, durante i quali
don Quintino matura le sue scelte, sono quelli in cui si combatteva la seconda
guerra mondiale e quelli immediatamente successivi: la guerra era stata il
conflitto più cruento che la storia ricordi. Iniziato il 1 settembre 1939 con
l’invasione della Polonia, avrebbe incendiato in Europa, prima, e si sarebbe
esteso, poi, ad altri continenti. La sua durata sarebbe stata drammaticamente
lunga: si sarebbe concluso, infatti, solo il 2 settembre 1945 in Estremo
Oriente, dopo il lancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki. Erano stati
sei lunghi e dolorosi anni di guerra, con un carico di morti e di distruzioni,
che lasciò aperte vaste e laceranti ferite in tutto il mondo destinate a far
soffrire ancora, per lungo tempo, interi popoli. Il conflitto, che taluni
s’illudevano potesse concludersi rapidamente, aveva ucciso milioni di uomini e
di donne, aveva bruciato energie e risorse, e aveva devastato intere città e
regioni.
Nelle pagine di storia di
quegli anni sono conservate le memorie dei drammi che obbligavano gli uomini del
tempo a prendere, con decisioni spesso difficili e dolorose, netta posizione da
che parte stare: dalla parte dell’egoismo opportunistico o della verità scomoda,
dalla parte del compromesso o della giustizia, dalla parte dell’ipocrisia
sociale o della fedeltà alla propria anima. Sono pagine di storia ancora aperte,
e che ancora ci interpellano personalmente; la seconda guerra mondiale, infatti,
ci rende tutti consapevoli di quali nefandezze può essere capace l’uomo, quando
giunge al disprezzo di se stesso e alla violazione dei diritti umani.
Don Quintino fece le sue
scelte. Nel maggio 1939, arruolatosi nel corpo della Guardia di Finanza, veniva
assegnato alla Brigata di Frontiera di Chiavenna; nel gennaio del 1941 veniva
mobilitato per il fronte Greco-Albanese, e durante il 1942-1943 partecipa alle
operazioni di guerra nei Balcani. Lo scrittore Duilio Farneti, “compagno d’arme”
di don Quintino, racconta le terribili situazioni che dovettero affrontare i
Finanzieri del proprio battaglione (il 3°); Quintino era stato assegnato al 1°
battaglione, ma anch’egli – riferisce il Farneti - “finì nell’inferno
dell’eccidio di Cefalonia, da dove poi uscirà miracolosamente illeso”. Dopo
essere stato aggregato alla Compagnia Deposito di Roma, dalla fine del 1943 fino
al maggio del 1945 è partigiano con la II^ Brigata “Garibaldi”, viene catturato
dai Nazifascisti, ma riesce a evadere dal carcere e, travestito da sacerdote,
raggiunge in bicicletta l’Italia del Sud liberata; rientra nel Corpo della
Guardia di Finanza presso il Circolo di Brescia; nei primi mesi del 1946 è
promosso sottobrigadiere e viene assegnato prima alla Compagnia di Bolzano, poi
alla Brigata di confine col Brennero e, infine, al Nucleo Polizia Tributaria di
Trento. Inizia, da questo momento, il lungo periodo di riflessione che
accompagnerà Quintino fino alle sue decisioni definitive, per ubbidire
cristianamente alla voce del Dio che è la pace.
3. 1989
– 2009. Il “nuovo disordine mondiale” e il suo superamento
I vent’anni che intercorrono
dal 1989 al 2009 hanno fatto registrare in ogni campo – culturale, politico,
economico, giuridico, religioso e anche militare - mutamenti così radicali che
non è eccessivo affermare che è stato stravolto l’intero assetto del mondo, che
è stato generato un innegabile “nuovo disordine mondiale”. Se impegnarsi per
l’avvento della pace e dell’amore significa difendere l’ordine e l’armonia del
mondo e dell’umanità, consegue che in questi venti anni hanno trionfato la
guerra e l’odio. E se il “cuore della pace” è la persona umana, consegue che in
questi venti anni è stata violata la dignità dell’uomo e dei popoli. E se è
così, occorre porre mano urgentemente a ogni iniziativa che possa far superare
problemi e contrasti, al fine di ristabilire il più possibile il rispetto
dell’ordine del mondo e dell’armonia sociale fra gli uomini e tra i popoli.
Opportune quanto mai, quindi, si offrono le indicazioni che provengono dal
messaggio e dalla testimonianza di don Quintino: rimeditare le ragioni profonde,
che hanno determinato a suo tempo le sue scelte e il suo comportamento, è un
ottimo modello, che può guidare le nostre menti e i nostri cuori nell’operare
oggi le nostre valutazioni.
Parlare di “nuovo disordine
mondiale” potrebbe sembrare un quadro forse pessimistico o comunque
sproporzionato. Ma non è così, in quanto non è difficile rendersi conto che ci
troviamo di fronte a situazioni vere ed effettive.
Partiamo dalla
considerazione della Dichiarazione
universale dei diritti dell’uomo del
1948. Essa è preceduta da un Preambolo, che
si articola in sette punti, i quali, iniziando tutti con le parole “Considerato
che”, fanno intendere che si tratta di una serie di giudizi e valutazioni
condivisibili da tutti.
Nel primo punto si afferma
che il “fondamento della pace nel mondo” è costituito dal riconoscimento di
uguali diritti “a tutti i membri della famiglia umana”. La formula, forse un po’
retorica, è densa di significato: richiama l’esordio della Carta
delle Nazioni Unite, sottoscritta, tre anni prima nel 1945, dai
rappresentanti di cinquanta stati, i quali si proclamavano anzitutto “decisi a
salvare le future generazioni dal flagello della guerra”, convinti della
necessità di “riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo”. Sono due
documenti, nei quali è assolutamente chiaro il rifiuto della guerra, ma è
altrettanto certo il rapporto strettissimo di esclusione reciproca tra guerra e
diritti: la guerra è la negazione dei diritti fondamentali dell’uomo (in quanto
li disconosce e li viola), e i diritti dell’uomo ripudiano la guerra,
togliendole qualunque elemento di legittimità.
Nel secondo punto,
riprendendo il messaggio di Roosevelt al Congresso degli Stati del 5 gennaio
1941, si affermano le famose “quattro libertà”: di parola, di credo, dal timore
(o dal terrore) e dal bisogno. Anche in queste affermazioni non manca la
retorica dovuta a notevole carica emotiva. Ma proprio questo richiamo impreciso
e generico ci fa riconoscere in esso l’ideologia “europea e occidentale”: cioè,
“l’ideologia della libertà”, nel senso che indica una visione politica e
culturale del mondo, una forma quasi di autorappresentazione collettiva non
immune da falsa coscienza.
Si sa che la
rappresentazione dell’Europa prima e dell’Occidente poi, come terra della
libertà, è una costruzione ideologica, accompagnata dal grande pregiudizio,
secondo cui esistono popoli per natura e per cultura “servili”, destinati,
quindi, a soggiacere a ogni forma di dispotismo. Qualche volta, nella sua lunga
storia (soprattutto in età moderna con la dottrina dei diritti naturali),
l’Occidente ha tentato di svincolarsi da questa sua pesante ombra: ha
riconosciuto, pertanto, che il modello di vita libera ha valore universale
grazie al valore universale dei diritti umani, e ha accettato la verità, secondo
cui pregiudizi da combattere, oscurantismi da rischiarare, errori e orrori da
eliminare esistono ovunque, anche quindi in Occidente, in cui, dopo la barbarie
nazifascista, non si poteva più evocare un Occidente patria di libertà.
Ed è qui il paradosso: dopo
la sconfitta del nazifascismo, anzi proprio in virtù di essa, è rinata, ancora
una volta e in forma nuova, la ideologia di un Occidente depositario della
libertà degli uomini. La Dichiarazione
universale dei diritti dell’uomo del
1948, infatti, nasce insieme alla “cortina di ferro”, con la più rigida
contrapposizione tra Oriente e Occidente che la storia abbia conosciuto. E
l’Occidente è tornato a identificarsi come il solo mondo libero, anche se nel
corso degli anni ha screditato moltissime volte questa sua immagine: chi può
dimenticare il sostegno dell’Occidente, quando non la stessa creazione, di
regimi autoritari e liberticidi dentro e fuori del proprio emisfero, regimi
responsabili di violazioni efferate dei diritti fondamentali, e pur di volta in
volta giustificati in nome della difesa della libertà contro la minaccia del
nuovo dispotismo dell’Oriente?
Si poteva sperare, e in
molti abbiamo sperato nel 1989, che la caduta del muro (materiale e metaforico)
potesse finalmente creare le condizioni politiche per una pace durevole, se non
perpetua, e, con essa, per una realizzazione effettiva dell’universalità dei
diritti dichiarata quarant’anni prima dall’assemblea “quasi universale” delle
Nazioni Unite. E invece il tentativo di costruzione di un nuovo ordine mondiale
ha preso tutt’altra strada.
Infatti, dal 1991 la guerra,
pure messa al bando dalla Carta dell’Onu
e dalla Dichiarazione universale,
è tornata a imporsi, nella realtà e nella coscienza diffusa, come la condizione
normale della politica internazionale. L’ideologia della libertà – riaffermata e
anzi rifondata sulla dichiarazione dell’indissolubilità del vincolo tra diritti
e pace – si è pervertita; anzi capovolta: la nobile idea della pace attraverso i
diritti è stata rovesciata nell’idea perversa dei diritti attraverso la guerra.
Le “nuove” guerre globali
che si sono succedute negli ultimi vent’anni possono essere considerate le tappe
progressive di questo rovesciamento. L’antefatto lo troviamo nella guerra del
Golfo nel 1991: una guerra concepita come mezzo per ristabilire il diritto
(internazionale) violato, violando il medesimo diritto. Poi, nel 1999, la
Serbia: una guerra presentata come forma di legittimo soccorso a popolazioni
civili (figura, pare, piuttosto insolita) per tutelare i diritti violati, punire
i colpevoli e riparare i torti (figure, queste, riprese dalla dottrina della
guerra giusta). Dopo, nel 2001, l’Afghanistan: una guerra giustificata come
legittima difesa, ma da molti in realtà vissuta negli Stati Uniti come legittima
vendetta, per la repressione di crimini contro l’umanità da parte di chi li ha
subiti o potrebbe ancora subirli. Infine (almeno per ora), nel 2003, l’Iraq: una
guerra giustificata con lo scopo di prevenire crimini eventuali, distruggendo
mezzi di distruzione di massa, e dopo che questi sono risultati inesistenti, con
lo scopo di instaurare libertà e democrazia. Il rovesciamento si compie con la
dottrina occidentale, che proclama l’universalizzazione di questo obiettivo.
Il nucleo di questa
ideologia capovolta possiamo riassumerla in questi termini: la comunità
internazionale ha il diritto-dovere di reprimere e/o prevenire, anche con mezzi
estremi, i mali estremi, cioè le violazioni di massa dei diritti umani, i
crimini contro l’umanità. Ma, se le istituzioni proprie della comunità
internazionale non decidono di intervenire, o non sono in grado di farlo, o
comunque non lo fanno, o non potrebbero farlo tempestivamente ed efficacemente,
non per questo viene meno l’obbligo di tutelare anche con la violenza i diritti
violati e di scongiurare con repressioni preventive altri crimini futuri: in
quanto obbligo universale, esso spetta all’umanità, ossia alla generalità degli
stati, e, quindi, dei singoli stati o di gruppi di stati; in casi estremi, per
assolvere a questo obbligo, si può considerare tale atto bellicoso, proprio in
virtù del suo scopo, atto “umanitario” (come in effetti è stata definita la
guerra contro la Serbia).
Ci troviamo precipitati in
un grave enorme “nuovo disordine mondiale”, che abbiamo il dovere di comprendere
il più a fondo possibile e cercarne le possibili vie d’uscita. Del resto, il
tipo di civiltà, che è iniziato a formarsi già da qualche secolo, ha condotto
l’uomo a concludere che l’umanità è mortale; e – fatto molto significativo –
l’umanità ha cominciato a rendersene conto. L’umanità ha capito la minaccia
della guerra atomica: l’arma atomica avrebbe potuto distruggere l’intero genere
umano. E l’umanità ha saputo intelligentemente porre fine a simile minaccioso
pericolo, eliminando la cosiddetta “guerra fredda” e realizzando quella forma di
pace, che potremmo definire dell’arca di Noè, in quanto solo la paura del
reciproco completo annullamento teneva insieme animali ed esseri così diversi e
tra di loro incompatibili.
Ma proprio questo fatto ha
posto l’umanità di fronte a problemi, ai quali non aveva fatto in tempo a
prepararsi. Profondi processi hanno mutato fortemente le condizioni di vita
sulla terra, e nel secolo appena passato hanno avuto tale accelerazione che
hanno originato impetuosamente una nuova realtà, creata in pratica dalle mani
dell’uomo e, quindi, artificiale. L’uomo si era posto lo scopo di addomesticare
e di sottomettere la natura, e ci è riuscito in larghe parti del mondo: questo
gli ha fatto immaginare d’essere il dominatore della natura, tanto da fare di
essa tutto quanto serviva ai suoi bisogni. Ma queste vittorie gli si sono
rivoltate contro. Nel processo di sfruttamento della natura, infatti, nascevano
problemi colossali, che non venivano risolti a tempo dovuto, in quanto la loro
soluzione aveva bisogno di interventi globali e richiedeva azioni comuni a
livello mondiale. Ma “la guerra fredda” e la pace forzata lo impedivano.
Nel corso di quest’ultimo
ventennio, però, i problemi si sono rivelati in tutto il loro aspetto di serietà
e di minacciosità. Oltre ai problemi in sé, sono venute emergendo sempre più
chiaramente molte contraddizioni rimaste a lungo nascoste: nella realtà,
infatti, il sistema artificioso creato dall’uomo aveva originato una profonda
alienazione dell’uomo, assolutamente inaccettabile per una umanità veramente
civile: l’uomo si è estraniato sempre più da se stesso, riducendosi a un
“ingranaggio” ai margini dei meccanismi statali ideologizzati. Anche in questo
caso s’è verificato un capovolgimento dei termini: l’uomo, anziché essere il
fine da rispettare in ogni attività umana diventa il mezzo, di cui si servono
tutte le iniziative dei potenti di turno. La persona umana, da cuore
dell’organismo dell’umanità, è ridotta a elemento strumentale, di cui servirsi
quando è efficiente e da espellere come inutile scoria , quando non ha una
rilevante capacità produttiva.
Inoltre, diveniva sempre più
evidente l’usura dei valori, su cui si fondava il sistema socio-politico
occidentale: erano valori che rispondevano certamente alle eterne esigenze
dell’uomo, ma che si rivelavano sempre più soggetti alla corrosione: scomparendo
l’ambiente in cui si erano formati come fattori di progresso, divenivano sempre
più privi di significato. Al di là, infatti, d’ogni valutazione critica della
forza e della debolezza del collettivismo dell’oriente precursore di dittatura,
è necessario riflettere anche sullo stampo consumistico dell’individualismo
occidentale, che sprona l’uomo al benessere dell’avere e al profitto a ogni
costo. E’ ormai necessario un confronto tra i due “vecchi blocchi”, in quanto i
problemi originati dalla loro crisi li abbiamo tutti davanti agli occhi. Sono i
problemi globali dell’ecologia, dell’economia mondiale, della demografia,
dell’energia, dell’alimentazione, della medicina e della sanità. E questi
problemi globali sono collegati e dipendenti con i problemi politici interni a
ciascuna nazione e internazionali.
La caratteristica propria
del mondo moderno è quella d’essere un tutto intero, un tutto unico e
interdipendente, negli eventi positivi e nelle vicende negative. In questi anni,
purtroppo, parliamo di situazioni negative, per cui dobbiamo prendere atto che
il disordine nuovo è davvero “mondiale”.
4. Don
Quintino e la “riscoperta” di valori per la pace nel nostro tempo
Di fronte a questa
situazione, ciascun uomo deve porsi oggi, come fece don Quintino a suo tempo,
alcune domande fondamentali, tra cui queste quattro basilari: chi è l’uomo
moderno? Che cosa è il mondo che è cambiato? Che cosa c’è di nuovo nel rapporto
dell’uomo con il mondo? che cosa significa il passaggio della civiltà dalla
condizione precedente alla situazione nuova? Sono quattro domande che deve porsi
il singolo uomo, ma che esigono risposte totali, in quanto coinvolgono l’umanità
intera. E, sempre facendoci guidare dallo spirito dei messaggi lasciatici dal
nostro Servo di Dio, tentiamo qualche risposta adeguata.
In primo luogo, il fenomeno
della globalizzazione, e quindi il carattere di integrità del mondo, esigono
cambiamenti di valori o, se si vuole, nuovi punti di vista sul significato dei
valori millenari, che rispondono alla natura dell’uomo e lo distinguono in
quanto essere sociale e come essere spirituale, cioè, un essere che non è fatto
per vivere da solo senza gli altri o addirittura contro gli altri, ma per stare
e collaborare insieme agli altri e, inoltre, un essere fatto non solo per
l’appagamento di bisogni materiali e biologici, ma anche per la soddisfazione di
bisogni di natura morale e spirituale. Si tratta di valori, che ci fanno andare
al di là dell’uomo a una o più dimensioni, e donano le grandezze
dell’integralità della natura umana. Sono i valori che, in maniera differente e
a livelli diversi, hanno trovato il loro riflesso nelle religioni mondiali e nei
grandi insegnamenti dell'umanesimo; e si tratta di valori che gli Stati, i
movimenti, le società hanno sostenuto e sostengono sempre, più o meno
ipocritamente, d’aver fatto propri, anche se spesso li hanno quasi sempre
infranti con impudenza, falsificandoli e trasformandoli in armi del male. Ma è
giunto il tempo in cui tali valori, nella loro interpretazione moderna, dovranno
diventare la condizione indispensabile per salvaguardare lo stesso genere umano.
Ovviamente questi cambiamenti non possono essere attuati mediante la forza o
addirittura la guerra. E’ vero che conflitti e guerre sono stati parte
integrante della storia degli uomini, per cui si può concludere che la violenza
nel passato è stata ineluttabile; ma tuttavia, man mano che ci avviciniamo al
nostro tempo, ci appare sempre più chiaro che la forza militare in sé non può
risolvere alcun problema di natura morale e spirituale. E’ giunto il tempo di
pensare alle vittime dei tragici errori ideologici: a cominciare dalle Crociate
per arrivare alla “guerra fredda”. Errori che, oltre ad aver lasciato milioni e
milioni di vittime innocenti di un terrore sfrenato e disumano, hanno deformato
terribilmente la coscienza dei popoli. Se gli uomini sono seriamente preoccupati
del loro futuro, è giunto il tempo di curare le anime malate e trascurate.
In secondo luogo, l’aspetto
più serio della malattia, di cui soffre l’umanità, è la crisi nei rapporti tra
uomo e natura, cioè la crisi ecologica. In essa si sono unite le conseguenze di
vari processi: lo sviluppo senza ritorno della sfera tecnica, che distrugge la
natura (compreso l’uomo), la cosiddetta esplosione demografica, la sfrenata sete
di consumo (nella parte più sviluppata del mondo), la frattura profonda tra i
livelli socio-economici nei vari Paesi e nelle diverse regioni.
In terzo luogo, un altro
aspetto della grave situazione di oggi è quello della crisi dei principi, su cui
deve fondarsi uno sviluppo sociale equo e giusto. Anche in questo campo non si
può costruire e imporre con la forza un sistema di equità; s’impone sempre più
legittimamente un cammino pacifico di evoluzione, attraverso riforme e tappe che
assicurano la profondità del cambiamento con il minimo dei costi. Questa crisi
della civiltà ha già portato agli uomini danni enormi: ha indebolito i legami
sociali, i fondamenti della famiglia, i principi morali; e tutto sembra
programmare l’autodistruzione. Dopo la “guerra fredda” la comunità mondiale
sembrava che avesse le mani libere, per occuparsi dei nuovi gravi problemi, che
minacciavano la sua realtà globale; invece, nonostante gli innumerevoli incontri
al vertice, i congressi, le trattative, finora non si vedono risultati utili. Ai
responsabili del governo dei popoli mancano ancora la dovuta valutazione precisa
delle conseguenze delle loro azioni, un adeguato livello di responsabilità e una
maggiore capacità di interazione a livello nazionale e internazionale.
Ci sono, però, le
possibilità di superare l’attuale “disordine mondiale”. In fin dei conti la
fonte dei problemi contemporanei non è all’esterno a noi uomini, ma è dentro di
noi, nel nostro rapporto reciproco, nel nostro rapporto verso la società e verso
la natura. Tutto il resto è un derivato. Dobbiamo innanzi tutto cambiare noi
stessi. Servono senza dubbio soluzioni politiche e tecniche, ma non daranno
nulla di concreto, se non saranno preparate, accompagnate, continuamente
rafforzate da un radicale rinnovamento intellettuale, da una purificazione
morale. Non è una conclusione pessimistica, ma una constatazione veritiera: i
più grandi rivolgimenti della storia, infatti (si pensi all’origine dello stesso
Cristianesimo), sono sempre stati preceduti da rivolgimenti delle coscienze. E
noi ormai ci siamo lasciato alle spalle un’intera epoca storica e stiamo
entrando in un nuovo mondo, ma non abbiamo ancora una coscienza adeguata di dove
ci troviamo e dove stiamo andando. Sono avvenuti spostamenti giganteschi, che
hanno posto al centro di tutti gli sforzi politici, spirituali e morali il
compito dei compiti, quello di assicurare la sopravvivenza del genere umano e di
tutto l’ecosistema. Per fare questo è necessario convincersi che la cosiddetta
“civiltà tecnologica”, dopo che è giunta a contrapporre l’uomo alla natura
circostante, ha esaurito il suo potenziale, per cui sta diventando
prevalentemente distruttiva.
In breve: è giunto il
momento di scegliere una nuova direzione di sviluppo universale, di cui si
possono individuare almeno due tratti generali. In primo luogo, è necessario
finirla con le guerre economiche, di classe, ideologiche; è necessario
respingere la forza come strumento politico; è necessario che la collaborazione
elimini la competitività; bisogna instaurare la civiltà della tolleranza
reciproca, in cui vincano i principi della tolleranza in tutte le culture, della
comprensione e dell’uso della differenza come fattore di progresso, accrescendo
sempre di più la nostra capacità di considerare moralmente irrilevante un numero
sempre maggiore di dissomiglianze fra gli esseri umani.
In secondo luogo, l’Uomo non
è più una tabula rasa, su cui il potente di turno può scrivere la storia. Sono
sempre più numerosi gli uomini che hanno accesso a informazioni ingenti, per cui
non sono più prigionieri di ciò che viene loro raccontato, ma cercano risposte
per conto proprio, perché non si accontentano di quelle date loro dai politici e
dalle guide religiose. Si osservano chiari segni di lotta dello spirito umano,
che si ribella sempre più decisamente contro tutte le forze che hanno impedito o
che vogliono continuare a impedirgli di guardare intorno senza pregiudizi: si
tratta di grandi rivoluzioni spirituali, che costituiscono una preziosa fonte di
energia creativa e di slancio morale, elementi essenziali per superare la crisi
della nostra civiltà. Il rendersi intellettualmente e moralmente autonomi ha
consentito a un numero sempre maggiore di uomini di ampliare le possibilità di
capire e di assimilare la realtà, ma ha indebolito le basi morali della
convivenza umana: è giunto, ora, il tempo di definire alcune norme morali, dalle
quali devono essere penetrati i principali valori umani universali. Si tratta
dei valori del primato della spiritualità sulla materialità, della solidarietà
sulla competitività, dell’altruismo sull’egoismo, della reciproca integrazione
sulla reciproca eliminazione. Sono i valori testimoniati dal Servo di Dio don
Quintino, che ci suggerisce indicazioni quanto mai utili e attuali, perché
possiamo realizzare, anche ai nostri giorni, uno sviluppo a dimensione d’uomo.
Oggi l’Uomo e l’Umanità si trovano in un momento di scelta: è giunto il momento
in cui ogni uomo, ogni popolo, ogni nazione deve capire qual è il suo posto e il
suo ruolo nello sviluppo mondiale. E’ indispensabile un impeto intellettuale e
morale in questa nuova dimensione. Questo significa che dalla qualità della
situazione spirituale degli uomini dipendono il cammino e la costruzione della
pace universale.
Qual è il contributo
specifico che il cristiano, in quanto seguace del Cristo, può e deve dare alla
soluzione di questi problemi e alla costruzione della pace nel mondo?
L’aspirazione alla pace è
comune a tutti gli uomini in ogni parte del mondo; il credente in genere e il
cristiano in particolare debbono, in quanto tali, accogliere e valutare
quest’aspirazione con responsabilità nel suo doppio aspetto di dono e di compito. Se
è vero che la pace tra gli uomini rappresenta un impegno che non conosce sosta,
è anche vero, anzi lo è di più, che la pace è il dono, che viene offerto
quotidianamente agli uomini dall’universo in cui vive. La pace, infatti, è una
caratteristica dell'essere e del comportarsi dell’universo intero, che si
manifesta sempre nella regolarità del suo ordine e della sua armonia: ciò per
l’uomo costituisce una straordinaria chiave di lettura, che lo introduce alla
comprensione del senso autentico della sua stessa esistenza sulla terra. A noi
sembra che don Quintino abbia intuito e meditato questo messaggio posto dal
Creatore in tutto il creato e abbia agito con grande consequenzialità. La
settima beatitudine del Vangelo dice: “Beati gli operatori di pace, perché
saranno chiamati figli di Dio”. Questa beatitudine, insieme con quella dei
misericordiosi, è l’unica che non dice come bisogna “essere” (poveri, afflitti,
miti, puri di cuore), ma cosa si deve “fare”; e il Servo di Dio “ha fatto pace”,
non nel senso, però, che si è riconciliato con i suoi nemici, bensì nel senso
che ha aiutato i nemici a riconciliarsi; ha amato tanto la pace che non ha avuto
paura di compromettere la propria pace personale, al fine di procurare la pace
tra quanti trovava divisi tra di loro; “ha fatto pace”, soprattutto vincendo la
lotta contro se stesso, contro il disordine della sua vita giovanile e contro
gli errori che, in quanto creatura debole, inevitabilmente commette. Nell’antica
Roma pacificatore era detto il sovrano, soprattutto l’imperatore romano. Augusto
metteva in cima alle proprie imprese quella di aver stabilito nel mondo la pace,
mediante le sue vittorie militari, e a Roma fece erigere il famoso altare della
pace. Anche i cristiani sono operatori della pace: di quella pace, che
promuovono mediante vittorie, ma – come don Quintino Sicuro - vittorie su se
stessi e non sui nemici, non distruggendo il nemico, ma distruggendo
l’inimicizia.
Per i cristiani il vero e
supremo “operatore di pace” non è un uomo, ma Dio stesso. Proprio per questo
quelli che si adoperano per la pace sono chiamati “figli di Dio”: perché
somigliano a lui, imitano lui, fanno quello che fa lui. Pace non indica solo ciò
che Dio fa o dà, ma anche ciò che Dio è. Questa concezione è presente
soprattutto nella religione ebraico-cristiana; infatti, quasi tutte le religioni
fiorite intorno alla Bibbia conoscono mondi divini in guerra al loro interno. I
miti sull’origine del mondo dei babilonesi e dei greci parlano di divinità, che
si fanno guerra tra loro. Su questo sfondo si può meglio cogliere la novità
assoluta della dottrina della Trinità come perfetta unità d’amore nella
pluralità delle persone. Anche di Cristo è detto che “è” lui stesso la nostra
pace (Ef. 2, 14-17), per cui, quando dice: “Vi do la mia pace”, egli ci
trasmette tutto lui stesso, tutto quello che è. E’ chiaro, allora, cosa
significa per i cristiani essere operatore di pace. Non si tratta d’inventare o
di creare la pace, ma solo di trasmetterla, cioè, di lasciar passare la pace di
Dio e la pace di Cristo sul mondo e sull’umanità. Noi non dobbiamo né possiamo
essere sorgenti di pace, ma solo canali della pace. In concreto, la pace è –
riprendendo il pensiero di sant’Agostino - “la tranquillità dell’ordine”;
basandosi su di essa san Tommaso dice che nell’uomo esistono tre tipi di ordine:
con se stesso, con Dio, e con il prossimo e, di conseguenza, esistono tre forme
di pace: la pace interiore, con la quale l’uomo è in pace con se stesso; la pace
per cui l’uomo sta in pace con Dio, conformandosi pienamente alle sue
disposizioni; e la pace riguardo al prossimo, per cui si vive in pace con tutti.
San Giacomo nella sua Lettera dà indicazioni pratiche su ciò che favorisce o che
ostacola la pace: “Dove c'è gelosia e spirito di contesa - scrive -, c'è
disordine e ogni sorta di cattive azioni. La sapienza che viene dall'alto,
invece, è anzitutto pura; poi è pacifica, mite, arrendevole, piena di
misericordia, senza parzialità, senza ipocrisia” (Gc 3,
16-18).
E’ da questo ambito
personalissimo che deve partire ogni sforzo di costruire la pace. La pace è come
la scia di un vascello che va allargandosi all’infinito, ma comincia con una
punta, e la punta è, in questo caso, il cuore dell’uomo. Oggi si apre davanti
agli operatori di pace un campo di lavoro nuovo, difficile e urgente: quello di
promuovere la pace tra le religioni e con la religione, cioè sia delle religioni
tra di loro, sia dei credenti d’ogni religione con il mondo laico non credente.
Il motivo che permette un
dialogo serio tra le religioni - fondato non solo sulle ragioni di opportunità
che conosciamo bene, ma su un solido fondamento teologico - è che “abbiamo tutti
un unico Dio”: è questa la verità, da cui anche san Paolo partì nel suo discorso
all’areopago di Atene. Ciascuno di noi può avere, così come in realtà ha, idee
diverse su Dio (per noi cristiani Dio è “il Padre del Signore nostro Gesú
Cristo” che non si conosce pienamente se non “per mezzo suo”), ma sappiamo bene
che di Dio non ce ne può essere che uno, che è Padre di tutti, al di sopra di
tutti, e agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti, come San Paolo
ricordava agli Efesini.
I credenti, inoltre, non
possono lasciarsi andare a risentimenti e polemiche neanche contro il mondo
laico e secolarizzato. Accanto al dialogo e la pace tra le religioni, quindi, si
pone già un altro traguardo agli operatori di pace: quello della pace tra i
credenti e i non credenti, tra le persone religiose e il mondo secolare,
indifferente o ostile alla religione. Sarà questo un altro banco di prova per
ogni credente: dare testimonianza, anche con fermezza, della speranza che è in
lui, ma farlo – come esorta san Pietro nella sua prima Lettera - “con dolcezza e
rispetto” (1 Pt 2, 15-16).Rispetto
che non significa tenere nascosto Gesú, per non suscitare reazioni, bensì
ossequio dell’interiorità di ciascun uomo, che rimane nota solo a Dio, e che
nessuno può violare o costringere a cambiare. Non è, quindi, un mettere tra
parentesi la propria fede, ma un mostrare la propria fede con la vita.
Se questo è valido per il
singolo credente, è quanto mai più pressante per le guide spirituali di tutte le
religioni. Benedetto XVI, nel discorso pronunciato qualche settimana fa nella
residenza del presidente Repubblica Shimon Peres, dove ha incontrato le
principali autorità civili e religiose di Israele, ha scandito: i leader
religiosi devono essere coscienti che qualsiasi divisione o tensione, ogni
tendenza all'introversione o al sospetto fra credenti o tra le nostre comunità
può facilmente condurre ad una contraddizione che oscura l'unicità
dell'Onnipotente, tradisce la nostra unità e contraddice l'Unico Dio, che rivela
se stesso come amore e fedeltà. "La
sicurezza – ha ammonito - si basa sulla fiducia, non su blocchi di cemento",
riferendosi al muro di divisione
costruito da Israele per "controllare" l'ingresso dei palestinesi sul suo
territorio, e ha voluto contrapporre l'immagine biblica di "un giardino ricolmo
di frutti, non segnato da blocchi e ostruzioni", perchè la sicurezza,
l’integrità, la giustizia e la pace, nel disegno di Dio per il mondo, sono
inseparabili e sono il risultato congiunto dello sforzo dell’uomo e dell’amore
di Dio per l’umanità; per questo risiedono come patrimonio comune nel cuore
d’ogni uomo.
Melissano, 29 maggio 2009
Cosimo Scarcella

(alcuni momenti dell'incontro - dibattito del 29 maggio 2009, in
occasione della commemorazione della nascita
del Servo di Dio don Quintino Sicuro)